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mercoledì 23 giugno 2010

Il segreto del successo di Kasparov

Introduzione (tratto da: Gli scacchi, la vita, di G. Kasparov, Mondadori 2007)

Il segreto del successo

Da enfant prodige degli scacchi in un paese che per gli scacchi va pazzo come l’Unione Sovietica, dovetti abituarmi molto presto ai discorsi in pubblico e alle interviste. Le domande che mi venivano rivolte allora, a parte alcune sugli hobby e le ragazze, riguardavano però solo la mia attività di scacchista. Ma il modo di intervistarmi cambiò radicalmente nel 1985 quando, a ventidue anni, diventai il più giovane campione del mondo di ogni tempo. Alla gente non interessavano più gli incontri e i tornei: tutta la curiosità era rivolta a quell’incredibile risultato e al modo in cui lo avevo raggiunto. Come ero riuscito a impegnarmi tanto? Quante mosse ero in grado di visualizzare in anticipo? A che cosa pensavo mentre giocavo? Avevo una memoria fotografica? Che cosa mangiavo? Che cosa facevo la sera, prima di andare a dormire? Insomma, qual era il segreto del mio successo?
Mi accorsi subito, però, che le risposte che davo non convincevano il mio pubblico. Riuscivo a impegnarmi in quel modo perché me lo aveva insegnato mia madre. La quantità di mosse che ero in grado di anticipare dipendeva dalla posizione.
Durante una partita cercavo di sfruttare la mia preparazione e di calcolare le possibili varianti. Avevo una memoria buona, ma non fotografica. In genere, prima delle partite mi concedevo un generoso spuntino a base di salmone affumicato, bistecca e acqua tonica (purtroppo, quando mi avvicinai alla quarantina, il mio allenatore mi impose di relegare questa «dieta» al passato). Ogni sera prima di andare a letto mi lavavo i denti. In effetti non si può dire che fossero dettagli entusiasmanti.
Sembrava che tutti si aspettassero da me un metodo preciso, una ricetta universale che garantisse sempre ottimi risultati. Agli scrittori famosi si chiede che tipo di carta e penna usino, come se gli strumenti impiegati potessero influenzare il loro modo di scrivere. Domande di questo genere non considerano che ognuno di noi è il prodotto unico di milioni di elementi e di trasformazioni che si sono susseguiti dalla formazione del suo DNA fino a oggi pomeriggio. Ciascuno di noi crea la formula irripetibile del proprio processo decisionale: il nostro obiettivo è identificarla, valutarne le modalità, trarne il meglio e possibilmente migliorarla.
Gli scacchi, la vita racconta come sono arrivato a definire la formula valida per me, da quando ero un ragazzino fino all’epoca attuale che mi offre il vantaggio di poter guardare indietro con il senno di poi. Lungo il cammino mi soffermerò su alcune persone che, in modo diretto o indiretto, mi hanno aiutato a crescere:
Aleksandr Alekhine, che fu il mio primo eroe e la più grande fonte di ispirazione della mia carriera, trova una sua collocazione accanto a Sir Winston Churchill, che ancora oggi, con i suoi discorsi e i suoi scritti, rappresenta per me un costante riferimento.

Spero che questi e altri esempi possano aiutare i lettori a diventare più consapevoli dei propri procedimenti decisionali e della possibilità di progredire ulteriormente.
Quando ci si valuta e si analizza come si è sfruttato il proprio potenziale bisogna farlo con molta onestà. Non esistono regole fisse: il mio libro non propone suggerimenti e trucchi, ma sviluppa temi come l’autoconsapevolezza e la sfida a se stessi e agli altri, fondamentali per poter prendere le decisioni migliori.
Ho pensato di scrivere su tali argomenti quando ho capito che, invece di inventarmi risposte intelligenti all’eterna domanda «Cosa ti passa per la testa?», mi sarebbe servito di più scoprirlo davvero. Ma i ritmi di un giocatore di scacchi professionista, rigorosamente scanditi da viaggi, partite e preparazione, non mi concedevano molto tempo per l’introspezione filosofica. Solo dopo essermi ritirato, nel marzo del 2005, ho trovato finalmente il tempo e la prospettiva giusta per analizzare le mie esperienze passate e cercare di impiegarle in modo utile.
Sarebbe stato un libro molto diverso se lo avessi finito prima del mio clamoroso passaggio dalla scacchiera alla politica. Innanzitutto, avevo bisogno di tempo per assimilare la lezione appresa durante i lunghi anni trascorsi nel mondo degli scacchi.
In secondo luogo, la mia nuova dimensione mi sta costringendo a capire chi sono e di che cosa sono capace. Non basta essere appassionati sostenitori della democrazia: per creare coalizioni e organizzare congressi devo applicare in un modo del tutto nuovo la mia visione strategica e le altre doti scacchistiche. Per venticinque anni ho vissuto al riparo di competenze saldamente acquisite: ora mi trovo a dover analizzare le mie capacità per costruirmi e ricostruirmi in vista delle nuove sfide.

Una carta geografica della mente

Il giorno del mio sesto compleanno mi aspettava al risveglio il più bel regalo che abbia mai ricevuto in vita mia. Vicino al letto c’era un mappamondo così grande che dovetti stropicciarmi gli occhi per essere sicuro che fosse vero. Gli atlanti e la geografia mi hanno sempre affascinato: la passione era iniziata quando mio padre mi aveva letto il libro di Stefan Zweig su Magellano e ascoltavo rapito le storie sui viaggi di Marco Polo, Colombo e, appunto, Magellano che lui mi raccontava.
Ripercorrere sul mappamondo i viaggi di quel grande esploratore divenne il mio gioco preferito.
In breve arrivai a conoscere le capitali di tutti i paesi del mondo, i loro abitanti e ogni dettaglio che avevo potuto scoprire. Le avventure della vita reale mi attraevano molto più di qualsiasi favola. Anche se mio padre non si era soffermato sulle terribili difficoltà che comportava la navigazione nel passato, intuivo che intraprendere un viaggio del genere per la prima volta doveva aver richiesto un coraggio straordinario.
Quelle storie infiammavano i miei sensi di spirito pionieristico, e così sognavo di avventurarmi per vie sconosciute, anche se allora ciò significava, al massimo, non percorrere la solita strada per tornare a casa. Dall’inizio alla fine della mia carriera di scacchista non ho mai smesso di cercare nuove sfide, tentando cose che nessuno aveva mai tentato prima.

Ormai il tempo dei grandi esploratori e degli imperatori famosi è passato, ma sono ancora rimasti alcuni preziosi territori da scoprire: possiamo esplorare i nostri confini e quelli della nostra vita, oltre ad aiutare gli altri a fare lo stesso, magari regalando a un bambino per il compleanno un mappamondo o il suo equivalente digitale.
È fondamentale possedere una carta geografica di se stessi: in questo libro cerco di indicare in modo approssimativo le tappe di osservazione e analisi necessarie per tracciarla. Non vorrei sembrare troppo radicale, ma il minimo comune denominatore non serve a niente: da ciò che è ovvio o identico per tutti non possono derivare né vantaggi né miglioramenti. Dobbiamo guardare più in alto e scavare più a fondo, andare al di là di ciò che è scontato e universale. In teoria, chiunque può imparare a giocare a scacchi in mezz’ora, e le regole sono uguali per uomini, donne e bambini:
ma solo quando ci spingiamo per la prima volta al di là di esse, oltre quel primo livello in cui siamo concentrati esclusivamente sulle mosse consentite, cominciamo a dar forma alla struttura che ci rende diversi da chiunque altro abbia mai mosso una pedina.
Tali modelli acquisiti e la logica che li regola si combinano con le nostre qualità intrinseche per creare un individuo unico nelle proprie modalità decisionali.
Esperienza e conoscenza si definiscono attraverso il prisma del talento, anch’esso manipolabile, modificabile e coltivabile: un insieme che è la fonte dell’intuizione, strumento assolutamente unico per ciascuno di noi. Così iniziamo a scorgere nelle nostre decisioni quello che definiamo lo «stile» di uno scacchista, cioè l’influenza della psicologia individuale e della struttura emotiva. Gli scacchi sono uno strumento ideale per esaminare queste influenze perché, per dare il meglio di noi stessi nel gioco, siamo obbligati ad analizzare le nostre decisioni e il processo che a esse ci conduce. Le persone che mi intervistavano, in realtà, non avevano bisogno di informazioni sulle mie abitudini di tutti i giorni, ma di un’altra cosa: di autoanalisi.
Dato che non si tratta di un software da scaricare e installare, lo stile personale non si può scegliere: possiamo solo individuare quello che sentiamo più adatto e poi, attraverso sfide e tentativi, sviluppare il nostro metodo personale. Quali sono i miei punti deboli? E quelli forti? Che tipo di sfide devo cercare di evitare e perché? Il metodo per raggiungere il successo è un segreto, in quanto può essere scoperto solo da ciascuno di noi, attraverso lo studio delle proprie decisioni personali: nessuno può insegnarci a migliorare i meccanismi decisionali, però possiamo imparare a farlo da soli.
In tutto questo c’è qualcosa che, a prima vista, sembra contraddittorio: bisogna diventare consapevoli dei propri processi decisionali perché questi, con la pratica, potenzieranno le nostre azioni intuitive, inconsce. È un procedimento non spontaneo ma necessario perché, in quanto adulti, abbiamo modelli di comportamento già formati, nel bene e nel male. Per correggere quelli negativi e rafforzare quelli positivi dobbiamo assumere un ruolo attivo nell’acquisire una maggiore consapevolezza di noi stessi.
Per cercare di aprire le porte a questa consapevolezza farò uso di aneddoti e analisi. La prima parte del libro valuta gli ingredienti fondamentali, le capacità essenziali e le doti che entrano in gioco nel processo decisionale: strategia, calcolo e preparazione sono gli elementi essenziali che dobbiamo comprendere e trovare in noi stessi. La seconda parte considera la fase della valutazione e dell’autoanalisi, studiando i metodi e i vantaggi del nostro modo di esaminarci: quali cambiamenti sono necessari e perché? La terza parte studia i sottili meccanismi attraverso i quali combiniamo tutti questi fattori per migliorare le nostre prestazioni: la psicologia e l’intuizione influenzano ogni aspetto delle nostre decisioni e dei loro risultati. È necessario sviluppare le nostre capacità per riuscire a contemplare il quadro d’insieme, affrontare le crisi e trarne insegnamento.
I momenti decisivi in cui, a un certo punto del nostro cammino, scegliamo una strada piuttosto che un’altra, consapevoli del fatto che non potremo tornare indietro, sono vere e proprie svolte. Dobbiamo vivere per quei momenti che determinano la nostra vita, imparare chi siamo e che cosa conta veramente per noi. Il «segreto», allora, consiste nell’andare incontro alle sfide invece di evitarle: è il solo modo per scoprire e sfruttare tutte le nostre risorse. Lo sviluppo del nostro modello personale ci consente di prendere decisioni migliori, di avere la fiducia sufficiente per dare ascolto al nostro istinto e sapere che, indipendentemente dal risultato, ne usciremo più forti.
E questo è l’unico segreto del successo che vale veramente per tutti.

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